Ci sono giornate in cui avverto come si può avvertire un taglio nella carne viva che, per quanto possa nutrirmi di libri – e solo dei migliori esemplari tra di loro -, e per quanto possa affinare il mio sguardo sulle cose o averne una qualche specie di parvenza di illusione, non diventerò una persona migliore per questo, né più saggia. Che non è affondando nella pagina scritta che imparerò a esistere. Eppure leggo, non posso fare altrimenti. Come una preghiera senza dio, come una resistenza verso ciò che rappresenta il mondo dei non lettori – quel luogo stretto e ottuso in cui le domande sono poche e mal formulate. In cui ci si accontenta di porsele dallo stesso identico e assopito punto di vista di ieri, che sarà quello di domani. Ed ecco che la letteratura mi appare uno spazio necessario, capace di contenere e formulare tutto e di non risolvere nulla, perché risolvere il reale non è il suo mestiere, ciò che le riesce meglio è interrogarlo. Se leggere è resistere, resistere dove può portarci? Qual è il fine ultimo dello sguardo che si espande a contatto con la pagina scritta?
Leggere non mi aiuta a vivere, leggere mi aiuta a capire – e capire non è sufficiente. Leggere è anche emozionarsi, ma l’emozione del libro fino a che punto mi appartiene? Se esistono pericoli per il lettore, quali sono? Cercare chiavi per porte che non si apriranno?
Se non cerco la fusione con l’altro, quella speciale fusione con l’altrove che è il libro non sarà niente se non materiale inerte, utile tuttalpiù per un brillante esercizio solipsistico.
Se il libro non mi avvicina all’altro, se il libro me ne allontana, non solo non ho compreso ciò che il libro voleva dirmi. Non ho capito che cos’è la letteratura, a cosa serve. Ne ho fatto un idolo inutile e bello. Dobbiamo essere dentro le cose, sempre – non limitarci a osservarle, ma annusarle e prenderle. Dobbiamo essere nell’altro e per l’altro, senza mai rintanarci nella pagina scritta come in un rifugio chiuso dall’interno.
Possiamo usare il libro come una chiave per porte che non si aprono – salvo scoprire che bastava bussare e qualcuno, dall’altra parte, ci avrebbe aperto. Ciò che il libro ha fatto, ciò che il libro sa fare, è rivelarci che quella porta esisteva.
E ancora leggo – come una terapia autoprescritta, che non si a sa bene se curerà i nervi giusti o andrà a stuzzicarne di altri, e va bene così.